![]() | |
| Febbraio 2010 Sei in: Home - viaggio ai confini della realtà | |
| Un viaggio di 21 giorni ai confini della realtà | |
|
La mia storia è un lungo percorso alla ricerca della legalità, lottando per superare la condizione di clandestinità, alla quale vieni condannato automaticamente senza conoscere i motivi della fuga... Per un futuro migliore... Per il quale una madre è capace ad arrivare in capo al mondo. Tutto iniziò il 9 ottobre 2000, due giorni dopo il compleanno della figlia maggiore e un giorno dopo il compleanno di mio marito. Dopo i festeggiamenti mi misi in cammino, per un viaggio lungo e pericoloso. Ero consapevole di cosa poteva aspettarmi, quanto poteva essere rischioso ciò che stavo per fare, poteva costarmi la vita, ma non importava perché ero già decisa. Si parte il 9 ottobre verso sera, da casa mia, con un pulmino di 9 posti che ci porterà fino alla frontiera con la Serbia, in una città chiamata Portile de Fier. Arrivati lì abbiamo dovuto aspettare un giorno perché la nostra guida non aveva il passaporto in regola ed è dovuta tornare indietro per rifarselo; così, con i nostri soldi in tasca sua, è scomparso lasciandoci a Pozarevac, la prima città più grande della Serbia dopo la frontiera con la Romania. Il nostro gruppetto di sette persone decise di andare avanti senza la guida, chiedendo attorno dove acquistare una mappa per seguire la strada. Partiti da Pozarevac sempre per i boschi, si camminava solo di notte per non essere visti e catturati. Seguivamo l' autostrada come punto di riferimento. Una sera, durante il nostro viaggio, nel corso di una pausa, dietro di noi sentimmo delle voci. Impauriti che potesse essere la polizia oppure i ribelli, visto che in quel periodo c'era la guerra nella ex Iugoslavia, siamo rimasti in silenzio, finchè si sono avvicinati di più e si sentivano le loro voci nel buio della notte.........Parlavano la nostra lingua. Era un altro gruppo di rumeni come noi, solo che loro avevano la guida e noi ci aggragammo a loro per seguire il nostro sogno: l'ITALIA. Dopo un viaggio di dieci giorni eccoci arrivati alla dogana con la Croazia-Slovenia, dove bisognava attendere il momento giusto per attraversarla. Il ragazzo che faceva da guida aveva pensato di passare la dogana nel momento di cambio di guardia della polizia di frontiera, quando si prestava meno attenzione a cosa succedeva intorno. Così da solo andò più vicino alla linea di confine, mentre il gruppo era rimasto all'incirca 500 m indietro. Ad un certo punto, nella silenziosa notte, alle nostre spalle si udirono degli spari di arma da fuoco. Avevamo cominciato a correre ma gli spari si sentivano sempre più vicini, il cuore mi batteva fortissimo per la paura, mi toccai il petto per sentire se qualche pallottola mi avesse colpita, perchè, proprio nel momento in cui vieni colpito non senti nulla, è solo dopo che arriva il dolore. Correvo e correvo senza fermarmi e senza guardare indietro. I pensieri andarono alla mia famiglia, non l'avrei più rivista, le mie figlie rimaste a casa, i miei genitori... e chissà se mi troveranno... morta...con le mie ossa che resteranno per sempre in un paese straniero, nessuno che sapeva la strada che avrei percorso per arrivare nel paese dei sogni. Dopo circa 10 minuti di corsa mi fermai in un fosso e rimasi lì finchè non sentii più nessun rumore attorno a me. Passati ormai 20 minuti dalla sparatoria sentivo nell' aria l'odore di zolfo e mi guardai attorno per vedere in quanti eravamo rimasti. A prima vista sembrava che qualcuno mancasse, ma per fortuna c'eravamo tutti. Superata la paura, pensavamo di riprendere il nostro viaggio quando davanti a noi apparvero quattro sagome che dissero qualcosa che io non riuscivo a capire, ma a vederli più da vicino mi resi conto che erano i poliziotti di frontiera: eravamo stati catturati. Senza capire nulla di quello che dicevano, con il fucile in mano ci facevano capire che bisognava seguirli. Arrivati all' ufficio doganale, ci avevano richiesto i documenti, mettendoci tutti e 14 in una stanza di 2 m per 4 e nei successivi 5 minuti iniziò a mancare l'aria, non si poteva più respirare. Rimanemmo lì per 5 lunghe ore, fino all'alba quando ci caricarono in un camion portandoci fino alla dogana Croazia-Serbia. Una volta scesi, facendoci segno con la mano, ci indicarono la strada di ritorno verso la Serbia, obbligandoci a tornare indietro. Era la mattina del quindicesimo giorno del nostro lungo viaggio. Non lontano dal posto dove ci avevano lasciati c'era un fiume e siamo rimasti lì per il resto della giornata a pensare cosa era meglio fare. Il cibo scarseggiava, e anche l'acqua era poca. Viste le condizioni nelle quali eravamo, dieci fra noi decisero di tornare a casa in Romania, mente gli altri quattro andarono avanti nonostante la mancanza di cibo e di acqua, senza contare la stanchezza. Nel mio cuore c'era la voglia di arrivare alla meta, perchè tornare a casa voleva dire patire la fame e far soffrire le mie figlie per il fallimento. Decisi di andare avanti e mi presi la responsabilità di tutto il gruppo. Ero io la guida. Arrivata la sera, ci eravamo messi in cammino un’ altra volta con più grinta e più decisi a finire bene il nostro viaggio. La strada che si percorreva adesso mi sembrava più facile fatta per la seconda volta, solo che la mancanza di acqua e cibo si sentiva sempre di più con il passare del tempo. Eravamo arrivati a bere acqua dalle pozzanghere. Per la nostra fortuna qualche giorno prima aveva piovuto. Nella notte del 1 novembre, verso le 4 del mattino, vidi una grande supeficie d'acqua davanti a noi: era il mar Adriatico e la città di Trieste si rispecchiava in esso. Pioveva, veniva giù così tanta acqua che ero bagnata fino alle ossa ma non importava, ero felice di essere arrivata. Non è finita qua. Guardando meglio nei dintorni ci eravamo accorti di essere all'interno di una caserma militare. Stranieri, senza documenti, in zona militare...peggio di così... Scappammo via subito, prima che arrivasse qualcuno; messi al riparo dalla pioggia, sotto un pezzo di nylon, queste quattro anime aspettavano mio fratello che finisse di lavorare per venire a prenderci. Finalmente ce l'avevamo fatta!!
Oggi, dopo dieci anni, sono insieme alla mia famiglia, ricongiunta da 5 anni. Ho incontrato tante difficoltà per superare la situazione iniziale, ma ora sono soddisfatta della mia vita. Se dovessi tornare indietro rischierei la vita un'altra volta per aver vicini i sorrisi della mia famiglia.
Un frammento della vita di una madre che a quei tempi aveva 35 anni.
Eva Bianca | |